Prime Esperienze
La lingua che rivendica
Angel1965
10.03.2026 |
761 |
0
"Angelo non si fermò nemmeno quando iniziò a squirtare di nuovo, i liquidi caldi che schizzavano
sulla sua mano, sul tavolo, mescolandosi al resto della loro sporcizia..."
Rita, ancora tremante dopo un orgasmotravolgente, viene sollevata e portata in
soggiorno da Angelo. Distesa sul tavolo di
vetro, è costretta a rimanere immobile
mentre lui la rivendica con la lingua e le
dita, spingendola verso un altro orgasmo.
Il corpo di Rita tremava ancora, appoggiato contro il petto di Angelo come un peso morto, le gambe che
faticavano a reggersi dopo l’orgasmo violento che l’aveva squassata. Lui non le diede tempo di riprendere fiato.
Con un movimento brusco, le passò un braccio sotto le ginocchia e l’altro dietro la schiena, sollevandola come se
non pesasse nulla. I muscoli delle sue braccia si tendevano sotto la camicia, le dita affondate nella carne morbida
dei suoi fianchi, ancora segni rossi dove l’aveva stretta troppo forte. Rita emise un gemito strozzato, la testa che
le ricadeva all’indietro, i capelli appiccicati al viso dal sudore e dal vino versato.
«Dove… dove mi porti?» riuscì a chiedere, la voce rotta, ma Angelo non rispose. I suoi occhi, scuri e lucidi, erano
fissi su di lei mentre attraversava la cucina, i passi sicuri nonostante il cazzo ancora mezzo duro che gli spuntava
dai pantaloni aperti. Il pavimento freddo sotto i suoi piedi nudi, le piastrelle che le ricordavano quanto fosse
esposta, quanto fosse sua.
Il soggiorno era immerso in una luce fioca, solo una lampada da tavolo accesa in un angolo, proiettando ombre
lunghe sul divano e sul tavolo di vetro al centro della stanza. Angelo non esitò. Con un gesto secco, la distese
sulla superficie liscia, il corpo di Rita che vi aderiiva come se fosse stato modellato per quello scopo. Il vetro era
freddo contro la sua schiena nuda, la pelle ancora bruciante per il calore del sesso, e lei sussultò al contatto, le
braccia che si allungavano istintivamente per aggrapparsi a qualcosa, a lui. Ma Angelo si ritrasse appena,
lasciandola lì, aperta, vulnerabile, le gambe ancora divaricate dall’ultima penetrazione.
«Non muoverti» ordinò, la voce bassa, quasi un ringhio. Non era una richiesta.
Rita obbedì, anche se ogni muscolo le doleva. Il suo culo pulsava ancora, stretto intorno al nulla, ma pieno della
sensazione di lui, del suo sperma che colava piano lungo le cosce. Lo sentiva, appiccicoso, umido, un promemoria
di quanto l’avesse riempita. Angelo si chinò, le mani che le afferrarono le caviglie, spalancandole ancora di più,
finché le ginocchia non toccarono quasi il vetro. Il fresco dell’aria sulla sua figa bagnata la fece rabbrividire, ma
non osò chiudere le gambe. Non osò respirare senza il suo permesso.
Poi sentì il suo alito caldo.
Non sul sesso, no—lì era già stata marcata, violata, posseduta. Angelo si abbassò finché la sua bocca non fu a un
soffio dal suo culo, ancora arrossato, ancora leggermente gonfio per le spinte brutali che l’avevano stretto. Rita
trattenne il fiato, le dita che si aggrappavano ai bordi del tavolo, le unghie che graffiavano il vetro. «Angelo, io…»
«Zitta» le intimò lui, e poi la sua lingua fu lì.
Un colpo lungo, lento, che partì dalla base della schiena fino a lambire l’ano, ancora sensibile, ancora aperto. Rita
urlò, il corpo che si inarcava contro la superficie fredda, le dita dei piedi che si contrassero. Non era un leccare
gentile, non era un bacio—era una rivendicazione. La punta della lingua di Angelo si insinuò dentro di lei, proprio
lì, dove l’aveva appena sfondata, dove il suo sperma era ancora caldo, ancora denso. Lo sentì muoversi, sentì la
sua saliva mescolarsi ai loro fluidi, il suono umido, osceno, che riempiva la stanza.
«Porca puttana» ansimò Rita, le parole che le uscivano a scatti, il petto che si sollevava affannoso. «C-che cai…»
Angelo rise contro la sua pelle, la vibrazione che le attraversava il culo come una scossa elettrica. «Ti piace, eh?
Ti piace quando ti lecco il buco che ho appena riempito del mio sperma.» La lingua affondò di nuovo, più a fondo
questa volta, e Rita gridò, le cosce che tremavano. Non era solo la lingua—era il significato. Lui stava
assaggiando se stesso dentro di lei, la stava costringendo a sentire quanto fosse sua, quanto fosse sporca.
Mentre la leccava, una delle sue mani si mosse. Le dita, ancora appiccicose dei suoi succhi, scivolarono lungo la
fessura della sua figa, trovandola gonfia, ipersensibile. Non chiese permesso. Due dita affondarono dentro di lei
in un colpo solo, strette, curve, come se volesse aprirla da dentro. Rita urlò di nuovo, il corpo che si contorceva,
le pareti interne che si contraevano intorno a lui, ancora doloranti ma già pronte, già affamate.
«Dio, sei così stretta» ringhiò Angelo, la voce roca, le dita che si muovevano dentro di lei con colpi secchi, quasi
punitivi. «Anche dopo tutto quello che ti ho fatto, sei ancora stretta come una vergine.» Le dita si ritrassero
quasi del tutto, poi riaffondarono, più forte, più profondo, il pollice che premeva sul clitoride gonfio. Rita
singhiozzò, le lacrime che le bruciavano gli occhi, ma non era dolore—era troppo, era tutto, era la sua bocca sul
suo culo violato e le sue dita che la scoperchiavano, era il sapore del suo sperma sulla lingua di lui e il suono dei
loro corpi che si scontrano, umidi, sudati, perfetti.
«Angelo, per favore» supplicò, ma non sapeva nemmeno lei cosa stesse chiedendo. Di fermarsi? Di continuare?
Di finirla?
Lui non si fermò.
La lingua tornò sul suo ano, questa volta con più pressione, mentre le dita dentro la sua figa si muovevano in
cerchi lenti, tortuosi, come se volesse farle perdere la testa. E ci riuscì. Rita sentì il piacere montare di nuovo,
impossibile, insopportabile, le gambe che si chiudevano istintivamente intorno al polso di lui, come se potesse
trattenerlo, come se potesse ancorarsi a qualcosa prima di annegare.
«Vieni» le ordinò Angelo, la bocca ancora sul suo culo, le parole vibrante contro la sua pelle. «Vieni sulla mia
mano, puttana. Fammi sentire quanto ti piace.»
Non ebbe scelta.
L’orgasmo la travolse come un’onda, violento, bruciante, le pareti della sua figa che si stringevano intorno alle
sue dita, i muscoli del culo che si contraevano sotto la sua lingua. Rita gridò, il corpo scosso da tremiti
incontrollabili, i fianchi che si sollevavano dal tavolo, come se volesse offrirsi ancora di più, come se non fosse
mai abbastanza. Angelo non si fermò nemmeno quando iniziò a squirtare di nuovo, i liquidi caldi che schizzavano
sulla sua mano, sul tavolo, mescolandosi al resto della loro sporcizia.
Solo quando i suoi tremiti iniziarono a placarsi, quando il suo respiro divenne un ansito rotto, Angelo si sollevò.
Le labbra lucide, gli occhi che brillavano di soddisfazione. Si pulì la bocca con il dorso della mano, poi si portò le
dita alla bocca, leccando via i resti di lei con un gemito basso, quasi meditabondo.
«Perfetta» mormorò, più a se stesso che a lei. «Sei fottutamente perfetta.»
Rita non riuscì a rispondere. Era distesa sul tavolo, il corpo molle, le gambe ancora aperte, il culo che pulsava, la
figa che doleva in modo delizioso. Sentiva il suo sperma colarle fuori, lento, inesorabile, e non aveva la forza di
chiudere le gambe. Non aveva la forza di muoversi.
Angelo si sistemò i pantaloni, il cazzo finalmente appagato, anche se gli occhi promettevano che non era finita.
Si chinò su di lei, le labbra che sfioravano il suo orecchio, il respiro caldo che le faceva venire la pelle d’oca.
«Questa» sussurrò, una mano che le accarezzava il ventre, l’altra che le stringeva un seno, «è solo l’inizio.»
Rita chiuse gli occhi.
E sorrise.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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